Feeds:
Articoli
Commenti

L’ Artemision era un tempio ionico dedicato alla dea Artemide, situato nella città di Efeso, nell’attuale Turchia.

Pianta presunta del tempio di Artemide a Efeso

Pianta presunta del tempio di Artemide a Efeso

Oggi nulla rimane, se non qualche minimo resto, del grande tempio che,  per le sue enormi dimensioni e la splendida architettura, fu considerato una delle sette meraviglie del mondo antico. La più antica menzione del tempio si deve infatti a  Antipatro di Sidone che stilando la lista delle meraviglie del mondo ne decantò la bellezza senza confronto con edifici analoghi.

La datazione  della costruzione è piuttosto controversa a causa probabilmente di diversi rifacimenti. Prima degli scavi archeologici condotti nel 1987 si riteneva che la struttura, nel suo complesso, dovesse risalire al 560 a.C., cioè all’epoca dell’Impero achemenide.  Oggi si tende a datare la forma dell’edificio più nota al VI secolo a.C.  e all’iniziativa del re Creso di Lidia che diede l’ordine all’architetto Chersifrone di trasformare e ampliare un edificio più antico risalente all’VIII secolo a.C.,  forse a struttura lignea.

Il tempio del VI secolo era probabilmente di tipo diptero octastilo.

Venne distrutto da un incendio doloso nel 356 a.C. ad opera di Erostrato, un pastore che motivò il suo gesto deliberato con la sola intenzione di “passare alla storia”. La leggenda afferma che Artemide stessa non abbia protetto il suo tempio in quanto era troppo impegnata a sorvegliare la nascita di Alessandro Magno, che ebbe luogo nella stessa notte.

Ricostruito dagli efesini,  fu chiuso al culto nel 391 a seguito dell’editto di Teodosio che vietava i culti pagani e venti anni dopo  distrutto dai cristiani guidati da Giovanni Crisostomo. Il sito del tempio fu riconosciuto nel 1869 da una spedizione finanziata dal British Museum, e da esso provengono numerosi reperti e sculture.

Basilica di Fano

La basilica di Fano è un edificio, non più esistente, della città romana Fanum Fortunae (oggi Fano) colonia fondata o ingrandita da Augusto.

La sua importanza è dovuta in quanto unica opera attribuita a Marco Vitruvio Pollione, architetto e teorico vissuto nel I secolo a.C., autore del trattato De architectura, opera fondamentale divenuta il fondamento teorico dell’architettura occidentale, dal Rinascimento fino alla fine del XIX secolo.  Nei dieci libri dell’opera, dedicata ad Augusto, l’architetto infatti parla soltanto di un solo progetto proprio: la basilica nella Colonia Julia Fanestris detta anche Fanun Fortunae, descritta nel V libro, di cui nulla resta e la cui ubicazione è tuttora incerta, anche se sappiamo affacciarsi sul foro.1  Attualmente è stato individuato un sito archeologico posto sotto la chiesa di S.Agostino dove da sempre si è ritenuto fosse il sito della Basilica progettata da Vitruvio.2

Il trattato vitruviano è giunto nel Medioevo in un’unica copia priva di illustrazioni: pertanto fin dal XVI secolo si è cercato da parte di molti autori di ricostruire la conformazione della basilica, partendo dalla dettaglia descrizione di Vitruvio,  dando luogo a rappresentazioni in pianta molto diverse tra di loro, come possiamo vedere nella fig. 1

fig. 1- La basilica di Fano nelle ricostruzioni di Fra’ Giocondo e Palladio

Parallelamente numerosi architetti hanno cercato di avvicinarsi al modello vitruviano nelle proprie opere o nella disposizione di particolari elementi architettonici.

Vitruvio descrive un grande edificio, inserito in un complesso edilizio più vasto che domina la piazza del foro. Nel progettare la Basilica si era ispirato, a suo dire,  al modello detta “orientale” (cioè con la fronte sul lato più lungo del rettangolo), differente da quelle di tipo “greco” (cioè con la fronte sul lato breve e l’abside del tribunale in asse sul fondo) da lui stesso illustrate nel suo trattato.

La grande sala o navata centrale rettangolare delimitata nei quattro lati da 18 possenti colonne. La basilica aveva dunque tre navate di cui quella centrale più alta che alcuni hanno immaginato coperta a volta.L’ingresso era al centro di uno dei lati più lunghi, quello rivolto verso il Foro, dirimpetto all’ingresso si apriva il pronao in cui era sistemato il tribunale.

NOTE:

1. Ulrico Agnati, Per la storia romana della provincia di Pesaro e Urbino, 1999.

2. P. Taus, La basilica di Fano, Clua, Ancona, 2000

Il  Banco Mediceo, era un palazzo di Milano, costruito tra il 1455 ed il 1599 come sede milanese delle attività finanziarie  dei Medici nella Milano sforzesca.   Fu uno dei primi esempi di architettura del rinascimento lombardo .

L’edificio sancì in qualche modo un’alleanza, che chiuse secoli di inimicizia tra Milano e Firenze, tra Francesco Sforza, che nel 1455 donò una preesistente costruzione destinata ad essere trasformata nella sede del Banco e Cosimo de’ Medici che ordinò al suo rappresentante Pigello Portinari di realizzare un nuovo e rappresentativo palazzo per onorare la città di Milano.[1] I lavori si svolsero rapidamente e furono conclusi intorno al 1459.

Il palazzo era situato in via dei Bossi, nel quartiere di Porta Comasina dove in seguito sarebbe stata costruita la Scala. L’aspetto dell’edificio ci è noto dal trattato di Filarete che riporta, oltre ad alcune notizie, anche un’incisione con l’illustrazione del prospetto principale che presentava elementi innovativi del Rinascimento toscano, uniti ad altri più tradizionali della pratica architettonica milanese.

Banco Mediceo

Banco Mediceo nella rappresentazione che ne ha fatto Filarete nel suo trattato

Il palazzo mostra una facciata simmetrica con un basamento bugnato, un portale monumentale, un piano nobile con finestre binate poste su un’altra cornice, a coronare l’edificio un cornicione all’antica. L’edificio presentava inoltre una ricca decorazione, compresi dei tondi in ceramica posti poco sotto il cornicione. Il progettista dell’edificio non è conosciuto con sicurezza, anche se l’attribuzione tradizionale, pur senza riscontri documentari, è quella di Michelozzo, architetto di fiducia della casata Medici. Recentemente prevale l’attribuzione a Filarete, coadiuvato da maestranze locali.[4]Tuttavia Filarete, non si attribuisce il progetto nelle pagine del suo trattato.[5]

Continua a leggere »

La Villa di Poggioreale o Poggio Reale era ubicata fuori Napoli lungo la via nuova di Poggioreale, in un’area oggetto di opera di bonifica durante le  dinastie  di sovrani angioini ed aragonesi, tra cui la realizzazione del Fosso reale  e del Fosso del Graviolo nel 1485 voluta da re Ferrante I di Napoli.

Intorno al 1487, il Duca di Calabria e futuro re Alfonso II, acquistò una proprietà nell’area, come facevano anche altri esponenti della nobiltà e decise di realizzare residenza reale suburbana, alle falde della collina di Poggio Reale, ricorrendo comunque anche all’esproprio senza indennizzo giungendo a togliere l’acqua ad alcuni mulini, poiché passava per il suolo destinato all’edificazione.

La villa di Poggioreale in un'incisione di Sebastiano Serlio

La villa di Poggioreale in un’incisione di Sebastiano Serlio

Il modello di tale villa va cercato tra quelle che il recente alleato Lorenzo il Magnifico  stava realizzando in Toscana. La villa fu il punto di arrivo della progressiva conversione alle forme rinascimentale della capitale aragonese, avvenuta sul finire del XV secolo. Infatti il progetto venne affidato all’architetto fiorentino Giuliano da Maiano che giunse in città nel 1487 con già il modello della villa, elaborato a Firenze. Iniziò subito i lavori e continuò a dirigere il cantiere fino alla sua morte, avvenuta nel 1490, quando l’edificio era sostanzialmente completato ed in parte utilizzato. L’opera, fu poi continuata, forse da Francesco di Giorgio e allievi del Da Maiano, diventando il luogo privileggiato per i ricevimenti della corte, venendo completato da annessi e da un complesso di giardini.

Continua a leggere »

L’antica basilica di San Pietro in Vaticano, nota anche come basilica costantiniana, era ubicata  nell’area occupata dall’edificio esistente attualmente. Fu fondata da Costantino, subito dopo quella di San Giovanni in Laterano,  durante il pontificato di papa Silvestro I (314-335).

La localizzazione, che dette notevoli problemi alla realizzazione, fu scelta per costruire la chiesa sulla sepoltura dell’apostolo Pietro, segnata da una “memoria”, cioè da un’edicoletta posta in una vasta necropoli ai piedi del colle Vaticano.

Ricostruzione grafica dell'antica basilica di San Pietro

Ricostruzione grafica dell'antica basilica di San Pietro

La storia della basilica costantiniana fu lunga, caratterizzata da avvenimenti storici  come l’incoronazione di Carlo Magno nella notte di Natale dell’anno 800  e momenti drammatici come il saccheggio dei saraceni del 846.

Nel corso dei secoli la basilica fu affiancata da altri edifici e adornata di  innumerevoliopere d’arte.

Nel XV secolo il papa Niccolò V  cominciò ad attuare un profondo rinnovamento del complesso edilizio che lamentava uno stato di degrado. All’inizio del XVI secolo si decise invece la totale ricostruzione e quindi l’antica basilica fu lentamente demolita per far spazio alla nuova basilica su un grandioso progetto di Bramante voluto dal papa Giulio II.

Il lungo  cantiere  si protrasse tra difficoltà economiche e polemiche fino all’inizio del XVII secolo quando la superstite navata della basilica costantiniana fu  definitivamente abbattuta per volontà di papa Paolo V e la nuova basilica completata.

Il Collegio e chiesa dei Gesuiti di Messina fu una delle opere più importanti di Natale Masuccio un ‘architetto messinese entrato nell’ordine e mandato a perfezionarsi a Roma negli anni a cavallo tra XVI e XVII secolo. Tornato in Sicilia, Natale Masuccio realizzò numerosi edifici caratterizzati dall’influsso del manierismo toscano e dei modelli romani.

Il collegio dei Gesuiti a Messina

Il collegio dei Gesuiti a Messina (stampa di Francesco Sicuro (XVII secolo)


Uno dei suoi primi incarichi fu appunto la progettazione del collegio  di Messina, progettato con il collaudato schema planimetrico a 2 cortili che prevedeva l’ubicazione delle scale all’incrocio dei corpi di fabbrica, i corridoi sui prospetti e le aule e i dormitori sui cortili interni, secondo un modello che la Compagnia definiva “modo nostro” e che derivato dal chiostro benedettino medioevale mirava a rendere collegate e organizzate, pur nella loro autonomia funzionale, le 3 parti dell’edificio: quella destinata alle scuole (area scholarum), quella per i religiosi (area collegii) e quella per la chiesa.

Diventò in breve il prototipo di molte analoghe realizzazioni in tutta l’isola, caratterizzati da un modello severo, con semplici lesene e fasce marcapiano, ed in cui il rilievo plastico è concentrato esclusivamente nel portale d’ingresso.

Il complesso fu completamente distrutto  dal terremoto del 1908.